Il futuro della rappresentanza - di Giorgio Squinzi

introduzione di Giorgio Squinzi al libro di Giuseppe Sabella "Da Torino a Roma - la crisi dei corpi intermedi e il futuro della rappresentanza" (Edizioni Guerini 2015), pubblicata da Il Foglio il 1 aprile 2015 pag. 3 - 03/10/2019 , di Giorgio Squinzi

La rappresentanza come l’abbiamo conosciuta e vissuta nel secolo scorso è in crisi. Da più osservatori, e di diversa ispirazione, si sostiene che essa sia una forma di aggregazione superata. Rispetto a quest’affermazione, nello scrivere queste righe di presentazione all’ottimo saggio di Giuseppe Sabella, la mia riflessione dovrebbe farsi forte, quasi naturalmente, dall’ormai lunga esperienza fatta di Presidente di Associazioni. So che però sarebbe una risposta condizionata e non del tutto soddisfacente per il lettore, rischiando di apparire come una difesa d’ufficio dell’istituto dell’associazionismo. Più che come imprenditore o come Presidente di Associazione ho scritto queste mie brevi riflessioni come cittadino, che ritiene l’associarsi un atto fondante delle democrazie moderne e delle società che amiamo definire civili.

“Nulla vi è che la natura umana disperi di raggiungere con l’azione libera del potere collettivo degli individui”. Tutti abbiamo letto Tocqueville. Pochi ricordano però che proprio nella disponibilità degli americani a mettersi insieme, ad associarsi, il grande filosofo parigino identificasse il più sano contrappeso alla tirannia e uno dei fondamenti di quella che riteniamo essere la più moderna e avanzata democrazia contemporanea. Riletti oggi alcuni passaggi de La democrazia in America, appaiono profetici e di stimolo per trovare risposta alla febbricitante democrazia dei corpi intermedi delle società occidentali mature.

“La morale e l’intelligenza di un popolo democratico non correrebbero minore pericolo della sua economia, se il Governo prendesse ovunque il posto delle Associazioni. I sentimenti e le idee si rinnovano, il cuore si ingrandisce e lo spirito umano si sviluppa solo grazie all’azione reciproca degli uomini gli uni sugli altri”. Tocqueville non poteva immaginare i mutamenti geo-politici avvenuti negli ultimi decenni, né che questi avrebbero messo in crisi le grandi associazioni di rappresentanza d’interessi. Un mondo più leggero, mobile, veloce e interconnesso, soggetto a cambiamenti frequenti e a instabilità crescenti, con nuovi attori che si affacciano in ogni continente, inevitabilmente provoca forti stress a un sistema pensato e sviluppatosi in epoche stabili ed espansive, con un perimetro essenzialmente nazionale e un numero d’interlocutori limitato. Si fa invece strada un mondo molecolare che tende a costruire relazioni individuali.

Un mondo che non riconosce valore alle istituzioni e al difficile lavoro di mediazione e sintesi d’interessi plurimi complessi. Rapidità, semplicità e comunicazione sono le parole d’ordine di una società che fa fatica a praticare i valori e le culture della mediazione. E’ in crisi quel delicato ruolo di ascolto, sintesi e proposta che è alla base dell’autorevolezza e dell’efficacia della rappresentanza e della democrazia.

L’impatto della globalizzazione, dei processi di differenziazione sociale e di territorio, la domanda di partecipazione e coinvolgimento crescenti, richiede forme partecipative e decisionali più aperte, ma al contempo più rapide e più efficienti. Questo trade-off impone uno sforzo rilevante d’innovazione. In una sintesi, certo semplicistica, potremmo dire che occorre passare dal governo alla governance multilivello.

Certamente sappiamo che dobbiamo cambiare le competenze per svolgere un’azione moderna di rappresentanza.

La mia difesa dell’associazionismo non è dunque di ufficio. Essa è in primo luogo una difesa della democrazia indiretta per come l’abbiamo costruita in Occidente negli ultimi decenni del novecento, con la sconfitta sugli autoritarismi e l’avvento dell’Europa. Un sistema complesso e imperfetto, con tempi e ritualità che oggi sono ritenute incompatibili con la società globale, la tecnologia, il dominio della comunicazione. Non nego che tali argomentazioni abbiano sostanza seria. Le nostre società non sono riuscite a trovare soluzione al tema sempre più evidente, tra il legittimo bisogno di tutti di partecipare e la necessità di dover decidere rapidamente. Ciò ha portato all’affanno alcune delle forme di cui vive la democrazia intermedia, i corpi intermedi e i partiti politici in primo luogo.

Questi per primi sono diventati da luoghi della mediazione e consultazione a palazzi del leader, dove si preferisce la decisione alla discussione e alla rappresentatività della stessa. Come tutte le organizzazioni valoriali che muovono adesioni e consensi da principi condivisi, i partiti vedono messa in crisi la propria legittimità con la messa in discussione delle loro ideologie di riferimento e l’avvento di una società sempre più individualistica e spinta a un esasperato peso dell’effimero, del virtuale sul reale. A essi non è più riconosciuto l’esercizio della responsabilità sociale, al contrario sono identificati come il veicolo per la protezione di privilegi e abusi di piccoli gruppi di potere chiusi, “le caste”.

Non è un caso che spesso cresca il consenso, ma calino gli iscritti.

L’associazionismo d’impresa vive a suo modo una stagione di difficoltà anche se di diversa natura, perché mai come oggi i suoi valori sono vivi e condivisi. Tuttavia molto spesso gli imprenditori faticano a vedere le ragioni dell’associarsi. Si denunciano riti estenuanti e inutili, si lamentano mancanze e inefficienze, costi elevati. Spesso, anche nelle associazioni, sono messi all’indice i gruppi di potere come “caste” auto-referenti. La stessa analisi potrebbe essere estesa ai sindacati dei lavoratori o ad altri movimenti e organizzazioni di rappresentanza. Il punto delicato è non scambiare la forma con l’oggetto, i valori con le prestazioni e i servizi. In crisi non sono i partiti o l’associazionismo perché tale. In crisi sono le forme con cui si esprimono e i contenuti che producono. Che la nostra società sia attraversata da malesseri e criticità è di palese evidenza a tutti. Che i corpi intermedi non siano immuni alle difficoltà attuali è altrettanto ovvio. Se osserviamo la società che ci circonda e in particolare quella del mondo che noi rappresentiamo, certamente possiamo registrare un certo scetticismo e una pulsione a rappresentare da sé i propri bisogni e non delegarli ad altri. Tuttavia la domanda a essere rappresentati, tutelati e affermati in un’identità collettiva è tutt’altro che in via di sparizione. In un’epoca dominata dalla caduta di barriere, fisiche, commerciali, politiche e culturali, la capacità di leggere fenomeni complessi nella nostra economia e società, di affiancare la rappresentanza politica, la competenza nell’interloquire con le istituzioni, di rappresentare sintesi di elevato livello, resta e anzi sarà sempre più un elemento decisivo del processo democratico moderno.

La testimonianza del valore delle parole di Tocqueville la si trova nelle mille forme con cui ancora oggi gli individui o le imprese si mettono insieme, si associano, per condividere valori, strategie, obiettivi, singoli progetti. Noi, come Confindustria, stiamo cambiando la forma, la modalità e i contenuti delle nostre Associazioni. Dobbiamo realizzare progetti e iniziative innovative e condivise. Certo non dobbiamo buttare la tensione a essere rappresentati e stare insieme su cui abbiamo costruito la nostra capacità di convivere democraticamente.

 

Giorgio Squinzi