La rivoluzione metalmeccanica e l'equivoco degli 83 cent

La dinamica inflattiva (ipca +0,1%) aggiunge 83 cent in busta paga. Ma non c'entra nulla con aumenti retributivi che arrivano da contrattazione aziendale - 12/06/2017 , di Giuseppe Sabella

Come qualche lavoratore metalmeccanico si sarà accorto, la busta paga delle tute blu – in virtù dell’indice ipca – registra un +83 centesimi (1,77€ lordi) per un quinto livello. La previsione era di una crescita dell’inflazione di +0,5%, quella reale è stata di +0,1%.

L’occasione è stata tale che il Fismic – dopo le polemiche innescate dalla Fiom secondo cui il ccnl metalmeccanico farebbe guadagnare più del contratto Fiat – ha commentato ufficialmente criticando il ccnl metalmeccanico e le scelte di Fim, Fiom e Uilm.

In realtà la polemica poggia sul nulla e su equivoci che rischiano soltanto di confondere i lavoratori, quando invece i luoghi di lavoro hanno bisogno sempre più di coesione e di partecipazione.

Innanzitutto, è sbagliato parlare di aumenti retributivi in relazione alle variazioni provocate dall’inflazione e dall’indice dei prezzi al consumo: questo perché l’indice ipca permette soltanto che il salario conservi e protegga il potere d’acquisto del lavoratore. Più cresce l’inflazione, più crescono i prezzi al consumo: questa variabile della retribuzione permette – in parole molto povere – di non spendere più di ieri. In secondo luogo, il recente rinnovo metalmeccanico segna forse un passaggio decisivo nella contrattazione circa il rapporto tra i due livelli contrattuali e nel ruolo della contrattazione di secondo livello: a questa, il compito di distribuire ricchezza quando e laddove prodotta. Il salario sarà per questo motivo sempre più aziendale, le imprese diventeranno sempre più il luogo della produzione e della distribuzione della ricchezza, tanto che – con l’intesa del luglio 2016 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil – oggi per la prima volta anche per quelle aziende che non contrattano direttamente è possibile distribuire salario di produttività usufruendo degli incentivi fiscali previsti per la detassazione della premialità variabile.

I recenti dati sulla crescita economica diffusi da Istat (Pil +1,2 primo trimestre 2017) e la performance del settore (+3,8% volumi produttivi e -53% cig, dati Federmeccanica) fanno pensare che comparto stia tornando a produrre ricchezza dopo anni di grosse sofferenze che hanno visto bruciare 1/5 della sua forza produttiva. Se così sarà, la ricchezza sarà distribuita: allora, a ragione, si potrà parlare di aumenti salariali.

Oggi, anche in Italia, il salario non è più una varibaile indipendente. Insieme a Federmeccanica, Fim Fiom e Uilm hanno fatto chiarezza. E anche il Fismic lo sa.

 

Twitter: @sabella_thinkin