Meno legge, più contratto: un nuovo Stato nelle imprese

13/05/2013 , di Giuseppe Sabella e Patrizia Tiraboschi

In modo più “semplice” rispetto a quanto avviene nei luoghi del sapere scientifico (ricordiamo che se c’è la fuga dei cervelli significa che i cervelli ci sono e che qualcuno li forma), potremmo definire il Welfare come quel rapporto tra stato / società civile / persona che si concreta in servizi, opportunità, diritti e doveri. Oggi, all’interno di un processo di ridefinizione di questo rapporto e del Welfare State (il Welfare di ieri), sta cambiando lo stesso spazio della contrattazione collettiva: questo è il tema del Welfare Contrattuale.

Facendo un passo indietro, con l’avvento sulla scena politica di David Cameron e della sua Big Society (maggio 2010), il dibattito europeo sul Welfare, incentivato dalla difficile situazione economica nonché dalla mancanza di risorse, ha conosciuto uno sviluppo importante e ne ha di fatto rovesciato il paradigma tradizionale basato sull’antinomia pubblico-privato classica (la destra attenta al privato con poca attenzione sociale, la sinistra al Welfare State). E’ stato proprio il conservatore inglese ad introdurre importanti segnali di cambiamento stimolando le comunità locali per esempio nella gestione dei trasporti pubblici, della raccolta dei rifiuti, della conservazione dei parchi e anche dell’accesso alla banda larga di internet: è questo il Privato-Sociale, che lavora per il bene comune. Come spesso sottolinea Stefano Zamagni, i beni comuni non sono né pubblici, né privati, sono appunto comuni.

Il tema da allora è risuonato a livello internazionale, ripreso dai maggiori organi di informazione (compresi il Financial Times e il New York Times), avendo anche un importante riflesso italiano perché David Cameron e il suo Consigliere Phillip Blond hanno più volte dichiarato che il loro modello di riferimento è la Lombardia e che la vera Big Society è l’Italia: questo in virtù del nostro tessuto sociale molto ricco nella sua forma associazionistica.

L’Italia è paese da lungo tempo sensibile all’attivazione nel mondo privatistico di attività a sostegno delle questioni sociali e dei servizi alla persona: il Privato-Sociale vale oltre il 4% del Pil.

Fin dalla riforma del Titolo V della Costituzione (2001), il legislatore italiano ha reso più centrale il ruolo delle Regioni, anche per quanto attiene al loro rapporto con autorità extra-statali quali gli organi dell’Unione europea; scelte recepite successivamente dal legislatore anche con riferimento alla differenti materie di regolamentazione del vivere sociale. In particolare, se si pensa alla questione lavoristica, il legislatore ha dimostrato, negli anni successivi al 2001, la volontà di garantire una buona parte delle scelte in materia, in via sussidiaria, ai governi decentrati. La riforma Biagi (D.lgs. n. 276/03) aveva sostanzialmente mutato il quadro previgente in materia di mercato del lavoro, riconoscendo un ruolo quanto mai rilevante ai cosiddetti corpi intermedi, ovvero – nella fattispecie – alle Parti Sociali. Al contrario, con la riforma Fornero ha prevalso il centralismo regolatorio, frutto della sfiducia nei corpi intermedi e nel territorio, là dove la legge Biagi si è rivelata a favore del pieno coinvolgimento delle Parti Sociali a cui viene delegata la regolazione concreta del mercato del lavoro.

In mezzo alle due grosse riforme, si collocano anche il caso Fiat, le varie intese confederali sulla derogabilità e la contrattazione decentrata (2008 e 2011), l’articolo 8 del DL 138/2011 e l’ accordo del 2012 sulla produttività.

La contrattazione di secondo livello in azienda può essere il luogo della costruzione sussidiaria di mutualità, secondo quanto stabilito appunto il 28 giugno 2011 e quanto rilanciato anche a fine novembre 2012 dall’accordo sulla produttività; è la soluzione più utile in momenti difficili come quelli attuali.

Ma se si parla di crescita, chi sono soggetti per la crescita? Non possono che essere imprese e lavoratori, che possono crescere insieme migliorando la loro organizzazione del lavoro, dei turni e degli orari, delle professionalità e della flessibilità. Non a caso, circa 10 giorni fa, Raffaele Bonanni – a cui è molto chiaro il concetto – ha detto testuali parole: “Vorremmo che non si toccasse più la disciplina del lavoro; se si dovesse rivedere qualcosa, lo faranno i sindacati con gli imprenditori”. Tutti sanno quanto velocemente il buon Raffaele sia stato smentito da Letta e Giovannini, anche se le intenzioni del Governo sono ancora da decifrare nel merito.

Meno legge, più contratto: questa è la filosofia del Welfare Sussidiario, detto anche Secondo Welfare o Welfare Contrattuale, di cui Marco Biagi è stato il grande ispiratore (si rilegga a tal proposito il Libro Bianco del 2001). Il tema è molto attuale, coinvolge l’economia tout court per il pesante carico burocratico / amministrativo che grava sulle imprese italiane: lo stato che indietreggia è uno stato che lascia più libere le imprese.

Cosa si intende, tuttavia, per Welfare contrattuale? Va chiarito che tale definizione, suggerita dalle stesse Parti Sociali, individua la normativa convenuta nei contratti collettivi che mira ad integrare, a favore di lavoratori e lavoratrici del settore, lo stato sociale del paese, ovvero quelle prestazioni previdenziali ed assistenziali necessarie al vivere comune e che si vedono connesse alla prestazione di lavoro talvolta solo indirettamente.

Al fine di sviluppare tali tipologie di tutele, proprio le Parti Sociali hanno costituito, sulla base di specifiche intese e/o accordi sindacali, appositi fondi o enti che rispondono proprio a questa finalità.

Tra gli strumenti di Welfare Contrattuale sviluppatisi negli ultimi anni non possiamo non ricordare, a titolo esemplificativo, le esperienze di previdenza complementare, ovvero i fondi appositamente istituiti di assistenza sanitaria integrativa, gli enti bilaterali o, ancora, i fondi paritetici istituiti per incentivare la formazione continua.

L’esigenza di sviluppare e valorizzare tali strumenti si impone, come già rammentato, per superare il modello assistenzialista, ritenuto non più capace di rispondere adeguatamente alle esigenze dell’individuo e delle famiglie, non solo alla luce degli importanti mutamenti sul piano demografico, ma altresì delle ricadute che tale piano esplica a livello economico e sociale. Con ciò necessitando un ripensamento delle forme di protezione tradizionali, a favore di forme privatistiche o para-privatistiche che possano risultare più efficaci.

Si pensi, a titolo esemplificativo, al ruolo rilevante che, in particolare nell’ultimo anno, hanno rivestito i fondi sanitari, sempre maggiormente utilizzati dai lavoratori per rispondere a spese sanitarie non direttamente coperte dal sistema tradizionale, ovvero all’utilizzo crescente dei fondi paritetici per la formazione continua, che lo stesso legislatore oggi individua quali strumenti di copertura dei costi economici non solo per le azioni di formazione dei lavoratori qualificati, in origine destinatari diretti delle risorse gestite dai fondi, ma altresì per le attività formative avviate dalle imprese per gli apprendisti.

Infine, non vanno dimenticate le azioni, anche sviluppatesi in via sperimentale in particolare a livello territoriale, al fine di avviare misure di sostegno al reddito alternative agli ammortizzatori sociali o, ancora, strumenti volti a valorizzare i processi di riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori disoccupati. In quest’ottica ruolo determinante è svolto dagli enti bilaterali, ovvero da organismi composti dai rappresentanti dei sindacati e dalle associazioni di categoria dei datori di lavoro.

Chi scrive ritiene che tali esperienze meritino maggiore valorizzazione e sostegno, al fine di potersi meglio sviluppare anche con riferimento ad ulteriori tematiche che necessitano risposte concrete, risposte che possono efficacemente essere trovate nell’ambito degli strumenti di contrattazione collettiva quali, a titolo esemplificativo, i piani di conciliazione lavoro-famiglia.

 

Articolo pubblicato anche da IlSussidiario.net il 13 maggio 2013

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