Quei “chiodi” che tengono i giovani lontano dal lavoro

17/05/2011 , di Giuseppe Sabella e Luigi Degan

Il tasso di disoccupazione giovanile è tra le diverse anomalie italiane: il 29% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro. Il dato è evidentemente sproporzionato rispetto a quello generale (8,7%), in considerazione anche di altri numeri che riguardano i giovani: il 24% di chi è tra i 14 e i 29 anni non è ufficialmente né occupato, né coinvolto in percorsi di istruzione e formazione; dei 300.000 stagisti, solo uno su dieci può contare su un’assunzione alla fine del tirocinio.

Di primo acchito verrebbe da pensare che non c’è lavoro. La situazione è in realtà più complessa: in Italia esiste un problema di transizione dalla scuola (e dall’Università) al lavoro. Il tema in questione ha un nome, si chiama orientamento al lavoro: domanda e offerta di lavoro hanno difficoltà a incontrarsi e i giovani ne soffrono, anche perché - nell’economia globale - restano in attesa della buona sistemazione, del contratto a tempo indeterminato, come nell’economia dei loro padri. Anche per questo molti si affacciano tardivamente al lavoro: in media, l’età del primo impiego è 22 anni, contro i 16,7 dei tedeschi, i 17 degli inglesi e i 17,8 dei danesi.

Al giorno d’oggi, per stare al passo di una crescente concorrenza, l’economia globale chiede alle aziende e ai sistemi economici un’innovazione costante e quindi un aggiornamento continuo delle principali risorse, quelle umane. Le aziende sono giorno per giorno chiamate a innovare i loro prodotti e l’organizzazione necessaria per la produzione. Ma soprattutto si registrano frequenti processi di fluttuazione delle risorse di un mercato in cui ci sono aziende che in pochi anni riducono grandemente il loro personale e cambiano i loro assetti.

Mediamente un’azienda cambia il proprio apparato ogni 6-7 anni, fondendosi con altre realtà produttive, dividendosi e trovando nuove alleanze. Questo dovrebbe tradursi in maggiore dinamicità del mercato e nella facilità di incontro tra le parti. Tuttavia, ci sono lavoratori che non trovano lavoro, e datori di lavoro che non trovano lavoratori, nello stesso momento e nello stesso luogo. È questa un’anomala caratteristica del mercato del lavoro che nel caso dei giovani italiani ha raggiunto numeri abnormi, ma che è stata indagata da Peter Diamond, Dale Mortensen e Cristopher Pissarides, investiti nel 2010 del più prestigioso tra i premi: il Nobel per l’Economia.

Due americani e un anglo-cipriota hanno sviluppato delle linee guida che aiutano a capire perché permanga la disoccupazione anche in presenza di lavori disponibili. Dai loro studi si ricava il suggerimento, a chi si occupa di mercato del lavoro e quindi di politiche del lavoro, che per ridurre in generale i tassi di disoccupazione sarebbe prioritariamente necessario incrementare le informazioni sul mercato del lavoro, in modo tale da permettere agli stessi lavoratori di essere più a conoscenza del fabbisogno produttivo.

In quest’ottica, i giovani italiani sembra abbiano una posizione attendista: aspettano il lavoro ideale con il datore di lavoro ideale e il contratto ideale, naturalmente quello subordinato a tempo indeterminato, quello dei loro papà. E questo perché non sono facilitati nel comprendere che il lavoro è il luogo dove imparare. Coloro che si affacciano sul mercato del lavoro per la prima volta, non possiedono competenze, bensì conoscenze. La competenza è un saper fare, non è un sapere.

I giovani appena usciti dal mondo della scuola e dell’università non hanno competenze, hanno attitudini e conoscenze, pur nella convinzione di essere competenti. Questo determina un atteggiamento rigido nella ricerca del lavoro, mentre il lavoro oggi richiede flessibilità. Flessibilità non solo e non soltanto di tipo contrattuale - la maggior parte dei contratti di lavoro è comunque a tempo non definito - ma soprattutto flessibilità nelle proprie competenze: disponibilità ad aggiornarle e adattarle alle richieste del mercato.

Flessibilità che si acquista attraverso un cambio di atteggiamento che responsabilizza il lavoratore proprio in relazione al suo ruolo di protagonista della realtà e della sua vita lavorativa. Un cambio di mentalità che consiste nel lavorare imparando e nell’imparare lavorando, espressione di una cultura nuova: il lavoro è un’opportunità da vivere responsabilmente, come apprendimento continuo. Questo è il cosiddetto learning by doing.

L’orientamento ha il non facile compito di prendere per mano il giovane e di accompagnarlo nelle continue trasformazioni. È ciò che può raccordare scuola e lavoro, perché la prima è lontana dal secondo e dal suo repentino cambiamento che, per dirsi tale, deve essere del sistema, non solo del mercato.

 

Articolo pubblicato da IlSussidiario.net il 1 giugno 2011

 

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